Nebbia – Gazebo Penguins

copertina-nebbia

La Nebbia la conosco bene, ci ho passato fin troppo tempo dentro fino al collo.

Specialmente di mattina, magari su un treno, uno zaino nero sulle spalle che è ancora qui con me, anche se ora cade a pezzi. Anche se di nebbia non ce n’è più molta, e il massimo che può capitare è tanto vento e uno scroscio d’acqua improvviso e un po’ beffardo.

Anche i Gazebo Penguins la conoscono bene la nebbia. Vengono da Correggio, pianura padana, anche se non tanto becera quanto quella lombarda. Credo sappiano come la nebbia fondamentalmente ti stordisce, ti ovatta, mentre l’umidità si congela attorno alle mani, sul viso. E c’è molto di questo nel loro ultimo disco, che appunto Nebbia si intitola.

Mettiamo le cose in chiaro però. Non è in frì daunlò – come solevano dire loro stessi nei casi di Legna e Raudo, i precedenti lavori discografici di una band un po’ screamo, un po’ post, un po’ testi che fanno un sacco presa sulle universitarie ventenni.

Mettiamo anche subito in chiaro come questo è un album parecchio diverso dai precedenti lavori. Qualche cambiamento si era già notato in Raudo; qui tuttavia lo stile diventa molto più marcato, divergente da quelli che erano i veri e propri inni di battaglia del gruppo.

I Gazebo Penguins hanno smesso di urlare; la voce è più controllata, malinconica. Ben si sposa questo ai pezzi, che hanno reminescenze Shoegaze. I suoni sembrano presi a volte dai Slowdive, a volte da “Dopoguerra” dei Klimt1918. Eco, riverbero, un po’ della chitarra dei Fine Before You Came e un po’ dei rintocchi distorti dei Russian Circles. Tutto è più ovattato, quasi come fosse nella nebbia. Il suono del disco appare compresso, via gli alti dalle registrazioni, e il suono perde quella dimensione fragorosa che ci aveva accompagnato nei loro lavori precedenti.

Tutto è più isolato. Come si attaccano i brani, come si concatenano i duetti tra voce e struttura di fondo dei brani. Non c’è più spazio per una dimensione canzonatoria, quasi volutamente dileggiante riguardo se stessi, come si trovava in brani passati quali “è Finito il Caffè” o “Il tram delle 6”. A momenti sembrano essere andati a lezione dagli ISIS di Oceanic, voce a parte.

E c’è un motivo per tutto questo

Nebbia è l’album della sconfitta.

L’album delle rimostranze, del rimpianto, della presa di coscienza del proprio fallimento. Della amara constatazione che non si è ciò che si era, e non si sarà ciò che si è.

I testi del album riflettono in tutto questa franca, diretta, onestissima ammissione di colpa. I Gazebo avevano sempre lasciato nei loro testi delle componenti nostalgiche, basti pensare a “Senza di te” o a “Correggio”, sempre tuttavia dipinte con un ricordo da celebrare, da volere proprio perchè è stato, perchè è successo.

E invece in Nebbia, c’è l’amarezza, il freddo della titletrack, di “Soffrire non è Utile” – che probabilmente contiene il miglior refrain del disco. In “Febbre” il gelo della foschia si vede in quelle che sono chitarre acustiche (!) che proseguono inesorabili per tutto il brano. Anche i brani più classici come “Scomparire”, se su album passati si sarebbero trasformati in inni da stadio da cantare sotto i tendoni di un festival appaiono più come gridi di dolore, di ricordo spezzato. E il testo del brano è infatti una richiesta di “ripartir da capo”.

Non c’è spazio in questo album per l’illusione, l’autocommiserazione di sè e della propria condizione che tanto spesso aiutano a costruirsi un po’ di velleità per andare avanti. Tra momenti eterei, scuri come la mattina dalle parti della pianura in pieno inverno, ci si avvia verso la conclusione del disco, una “Pioggia” quasi appena cantata, intonata secondo gli stilemi di una invettiva, verso se stessi o verso qualcun’altro non è dato capire. E come dicono le ultime parole – resto solo se resti con me -, non rimane altro che una vacua pretesa, proprio verso quel qualcuno che si continua a vedere “in ogni auto che incrocio per strada”.

Nebbia dei Gazebo Penguins è la riedizione, con venti anni di ritardo, di “Are You Driving Me Crazy?” dei Seam. Come allora, la potenza delle chitarre, il tono della voce, il senso dei testi, è tutto al servizio della propria impotenza, della propria sconfitta.

E proprio come “Are You Driving Me Crazy” era per i Seam, questo è probabilmente il miglior album dei Gazebo, anche se forse – e proprio per questo – è il meno Gazebo di tutti.

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True Love Waits

A Moon Shaped Pool

Qualcosa è successo. E non me lo aspettavo, non potevo aspettarmelo.

Questa è la storia di una scissione, temporale, spaziale, acustica principalmente, e di un venirne a termini, capire cosa fosse meglio, cosa dovesse essere abbandonato.

Qualche giorno fa, i Radiohead hanno deciso di continuare con lo stile che perseguono da una decina di anni a questa parte. Annunciano un nuovo album, a 5 anni dal precedente The King Of Limbs, e lo annunciano in uscita su internet, a pochissimi giorni dall’annuncio stesso. Come per King of Limbs. Come per In Rainbows.

Non mi ero onestamente interessato molto della cosa, forse per paura di un album scadente, forse perchè non sentivo il bisogno di un ulteriore album dei Radiohead, e sotto sotto speravo decadessero nello stile dei Tool, mentre ci fanno attendere da oltre 10 anni il seguito di 10000 Days.

Non avevo nemmeno letto la track-list

Forse avrei dovuto

Perchè alla fine, come undicesima traccia, c’è lei, una chiosa finale, un bis segreto e nascosto, a suggellare un percorso artistico, un brano di cui potevi, fino ad adesso, solo ricevere nella forma di una grazia, di una generosa concessione, dal vivo, registrata solo una volta, in un anfiteatro di Los Angeles, più di 15 anni fa.

C’è lei dicevo.

True Love Waits.

Il vero amore attende.

Praticamente il brano su cui ho imparato a fumare, a guardare nella notte, ad aspettare alla luce pallida ed elettrica della mia scrivania nella casa dei miei, aspettare qualcosa, per anni.

Ricordo una mattina fredda di Gennaio, 2005, era domenica, un vecchio stereo portatile a far andare il cd, l’unico live ufficiale dei Radiohead, l’unico che la contiene, a mo’ di bis per pubblico, in una versione scarna, chitarra e voce, Thom Yorke da solo contro il pubblico, a lanciare le note stonate della sua voce. Ricordo che prendo la mia unica chitarra elettrica di allora (sarebbero diventate un po’ di più negli anni), la mia Stratocaster nera che uso ancora, e con corde già arrugginite, senza nemmeno attaccare il mio piccolo amplificatore da 15 watt, cominciare a cercare gli accordi su internet.

Accordi che nella loro cadenza, nel loro giocare su una semplice linea di basso, e due note che si alternano in ognuno di questi accordi (Si e Do), rendevano superflue le parole, la melodia della voce. Forse perchè non riuscivo a cantarla, forse perchè non serviva ripetere quelle parole, in un inglese forse ancora stentato. Erano già lì, tutte.

E 11 anni dopo, 15 per l’iter discografico, ci rincontriamo.

E non ci riconosciamo.

Quando un brano viene inciso su disco, soprattutto se è un brano che ha fatto la sua comparsa solamente nei live, solamente come piccola concessione di un gruppo che ne sta elaborando la struttura, la storia, senza mai riuscire a definirne i dettagli e la forma, beh, quando è inciso ci si deve aspettare l’incontro con tutto quello che gli hai depositato alle spalle di questo brano, negli anni. Devi prepararti a quello che ti aspettavi, o a quello che non poteva essere e non sarà mai. Devi prepararti ad accettare che la forma che conoscevi prima era solamente una fuggente descrizione di qualcosa di impreciso. Ora c’è qualcos’altro, qualcosa di compiuto, anche se non era ciò che aspettavi. Anche se non è come volevi.

Perchè il brano è cambiato.

Le parole sono le stesse, certo.

Ma non c’è nemmeno una chitarra,

Non c’è il brusio del pubblico, e la voce di Yorke che lotta per conquistarsi le luci del palco.

C’è un pianoforte. Eco. Riverbero.

Non c’è il ritmo, le parole sembrano fuori tempo, e riesci a seguirle solamente perchè le conosci già. Anche la cadenza degli accordi non è prominente come nel brano registrato live nel 2001. Tutto è solo accennato, un fantasma che prende forma, nelle note di un pianoforte a metà tra il suono Rhodes di Kid A e un piano acustico registrato in una grane sala da concerti. Un eco, ossessionante, di quello che era già un lamento, una supplica.

Non te ne andare. Solamente questo.

E ovviamente, non poteva essere altrimenti.

La cadenza, il ritmo, l’energia di un brano che annunciava disperazione, ma che era ancora nel presente, ha dovuto lasciare spazio a quello che non c’è più.

Le parole del brano sono una straziante preghiera, alla persona amata, nell’elencare le cose fate, i sacrifici che si sono compiuti, ma soprattutto quelli che si vorranno ancora compiere, nel nome di quello che si prova per una persona. E che non importa quale sia la situazione attuale, se è vero amore, questo aspetterà, attenderà la grazia o la maledizione del soggetto desiderato,

Ma se nel brano del 2001 è tutto ancora presente, la persona a cui si rivolge l’implorazione di non andar via è ancora lì, ora è tutto finito.

Ed ecco il perchè di un canto sommesso, riverberato, etereo, tra il blu e il grigio,

Il canto è diventato la preghiera dopo la fine, il ricordo di quello che si diceva per andare avanti, a sè stessi principalmente. Un lungo ricordo delle energie impiegate, di tutti i modi in cui avresti dovuto o voluto dimostrare il tuo amore, e che ora non puoi più concretizzare.

E se prima Yorke cantava che “non sto vivendo, sto solo ammazzando il tempo”, adesso queste stesse parole tolgono la seconda parte della disuguaglianza. Non sto vivendo, non rimane probabilmente neanche molto tempo da ammazzare.

Non è un caso che Yorke abbia inciso questo brano dopo essersi lasciato con la compagna Rachel dopo più di trent’anni insieme.

Serviva probabilmente una immagine, non tanto di lei, ma di chi e come era lui, nella lotta, nei tentativi, nei sacrifici per un altro. Tutto ciò che, nonostante il risultato avremmo dovuto lo stesso compiere.

E ora io mi trovo a metà di questi due brani; uno nel ricordo di quello che era True Love Waits per me, in quella chitarra, in quel brano da poter suonare con un ritmo, una cadenza, il basso degli accordi che girovaga nella sua struttura. L’altro nel suo essere immagine sbiadita, una foto che non risiede in una cornice, e che ripete lo stesso messaggio da dietro una cortina di fumo e nebbia, e che vorrebbe far apparire le sue parole come vuote, non solo ora, ma anche in passato.

Non riesco nemmeno a dire se questa versione mi piaccia. Il suo significato per me è molto più personale, più profondo, di quello che può esprimere e sintetizzare un semplice giudizio, che è d’altronde tutto ciò che ci è concesso di esprimere.

So solo che probabilmente ci fumerò ancora su molte, troppe sigarette.

 

2015 in Music (Bonus Track)

NON è FINITA! Ebbene no. Sono ancora qui a tediare gente che tanto non passa di qua. E questo perchè è notte, fa freddo, non ho ancora portato qua il Joystick per giocare a IL-2 Sturmovik e partecipare alla battaglia di Stalingrado, oggi non ho fatto molto e devo andare domattina a Milano a ricevimento da un Prof a fare salamelecchi vari e la cosa mi inquieta un sacco perchè preferirei arruolarmi nella Legione Straniera che andarci e ODDIODOV’èLOXANAX?!?!?

Ecco, il motivo per cui continuo sta cosa è che non trovo lo Xanax di notte e devo trovare rimedi alternativi per non scendere in strada e scartavetrare contro un muro la prima vecchietta che incontro.

Perchè poi, sì, vabene la top ten del 2015, ma mica sarà tutto oro ciò che luccica nell’anno da poco conclusosi no? Però giuro che sarò meno prolisso.

Le Sorprese

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John Carpenter’s Lost Themes – John Carpenter

Giuro che la prima volta che mi è passato sottomano ho pensato ad un semplice caso di omonimia, oppure ad un cosciente ed esplicito omaggio al regista John Carpenter, autore tra gli anni 70 e 80 di filmoni quali Fuga da New York e soprattutto THE THING! La Cosa (titolo più bello per un horror/thriller non c’è). E invece no, è proprio lui, che all’età di SESSANTOTTO ANNI fa uscire il suo primo album di musica. Musica ELETTRONICA. Ho imparato tardi che aveva già composto parecchi brani come colonne sonore sei suoi stessi film (ma le colonne sonore sono un po’ un mondo a parte), quindi non è proprio un neofita, ma come debut album ha decisamente esagerato. Elettronica e darkwave senza paura. Se Blade Runner venisse girato in questi giorni, questo album surclasserebbe in ogni aspetto la colonna sonora che Vangelis compose trent’anni fa. Come dite? Sta per uscire il Sequel di Blade Runner? Li mortacci, era meglio finisse come avevano predetto i Maya

Floating Points

Elaenia – Floating Points

Sto tizio qua è il mio nuovo idolo. Come perchè? Perchè ha un PhD in NEUROSCIENZE preso a University College London (mica University of the Patatine) e una carriera parallela come producer di musica elettronica e musicista post-rock. Praticamente quello che sto cercando di fare nella vita. Lasciando perdere lo scarso successo e il fatto che ultimamente mi sia dato all’onanismo jazz, sto stronzo inglese è la prova vivente che quello che voglio essere nella vita è teoreticamente possibile. E lo fa con un debutto coi controcazzi. Dalla IDM con momenti Glitch in pieno stile Autechre ai momenti minimal in bilico tra Harold Budd e le atmosfere di un tipo sobrio come Lustmord. Ma sono soprattutto i pezzi che non c’entrano nulla a rendere grande questo disco. Cosa volete dire ad un pezzo come Silouhettes (I, II & III) che pesca a piene mani dal nu-jazz di Parov Stelar e Cinematic Orchestra piazzandoci accanto gli assolini di organo Hammond o piano Rhodes che ricordano spudoratamente Joe Zawinul e i Weather Report? C’è pure spazio per degli esperimenti di progressive Trance (Thin Air). Boh, basta, idolo indiscusso e HYPE altissimo per qualunque cosa farà in futuro. Tanti auguri per quel concorso da post-doc eh, mi raccomando.

Desperate Journalist

Desperate Journalist – Desperate Journalist

Gruppetto indie, post-indie, quello che volete, direttamente da dove secondo voi? Londra, banale. Gruppetto a cui di primo acchito non avrei dato un centesimo se li avessi visti suonare al freddo all’angolo di una metropolitana. E invece no. Voce femminile, forte, decisa ma al contempo melodica, ma soprattutto suono e produzione da favola per uno stile che unisce l’indie britannico anni 80 con la carica post-core degli anni 2000. Immaginate gli Smiths, meno ballabili e più industriali, o al contrario i Wire meno grigi e portati via dall’inferno delle periferie suburbane britanniche. Uniteci le incisività e le strutture di un gruppo come i Cloud Nothings. E più o meno eccoli qui. Da Londra arriva un album dai suoni moderni ma molto nostalgici, una chiusura sugli anni 80, sul neon, l’eroina, le parruccone e le spalliere con trent’anni di ritardo. Non era una cosa facile. Unico problema: temo che non ci siano molte più cartucce in serbo. Un secondo album sullo stesso stile rischia di essere meramente stucchevole, una festa revival indetta una volta di troppo. Vedremo, forse.

Non è brutto ma…

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Star Wars – Wilco

Io adoro i Wilco, sono uno dei gruppi che candiderei al premio di miglior gruppo americano degli anni 2000, il mio incontro con album come The Whole Love e A Ghost is Born mi ha reso una persona migliore. Ma c’è qualcosa di questo album che non mi torna. Sembra tutto strano. Non sembra quasi un album vero, anche se suona certamente come una produzione di Jeff Tweedy e soci. Rilasciato a luglio in download gratuito, è più un esperimento che un lavoro compiuto. I suoni e le distorsioni (da pedalino Boss comprato usato a 40 euri sull’internet) sembrano volutamente approssimative. La durata è brevissima, molto sotto gli standard dei Wilco che ci hanno regalato più volte album quasi doppi, e appare anche questo un dettaglio di una uscita discografica un po’ forzata. Peccato perchè i pezzi non sono brutti, molti hanno lo stile Wilco, tra il canzonatorio, il country e quei ritornelli morbosi che all’inizio respingi ma poi ti trovi a canticchiare per strada facendo la figura dello psicopatico. Ma è tutta la cornice che non funziona. Sembra quasi un gioco più che un album. Peccato, perchè il materiale è spesso valido e meriterebbe qualcosa di più coeso ed organizzato piuttosto che un disco che pare registrato in presa diretta. Mah.

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Starfire – Jaga Jazzist

Nel mondo musicale io adoro due cose: la Norvegia e il Nu-Jazz. La prima è perchè qualunque cosa venga prodotta lì, alcuni sottogeneri di Black Metal esclusi, per qualche motivo è musica da boss indiscussi. La seconda poichè apre il Jazz ad un sacco di influenze e di stili che riesco a suonare o interpretare in maniera semidecente e diventa di colpo uno stile perseguibile, in un futuro più o meno remoto. I Jaga Jazzist hanno entrambe le cose. Quando un mio amico me li ha consigliati l’ultima estate non ho potuto dire di no. E dopo aver ascoltato l’opener che da il titolo all’album ero gasatissimo, perchè è uno dei pezzi più belli del 2015. E che dire di un pezzo come Shikansen, costruito su un tappeto di chitarre alla Metheny con sopra però i flauti e le tastiere a-la Genesis di Nursery Cryme? C’è però un problema. Due pezzi su 5 son lunghi più di 10 minuti. Nel Nu Jazz questo è un rischio, perchè il complesso rischia di perdere la sua identità e di inseguire dimensioni Prog Rock o Fusion che 1)non gli appartengono 2)non sanno gestire. Che è esattamente quello che accade in questo album. L’improvvisazione nel jazz è fondamentale, e si tirano volentieri i tre quarti d’ora seguendo le giravolte degli strumentisti su un pezzo appositamente pensato, tipo Straight No Chaser di Monk. Ma qui non vi è “vera” improvvisazione. Tutto è in qualche modo pianificato, senza avere luogo nella dimensione per poterlo essere. In questi frangenti l’album perde la sua carica e diventa purtroppo prolisso, mera musica di accompagnamento che avrebbe le qualità per essere ben altro.

Meh…

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No No No – Beirut

Chi mi conosce sa quanto siano importanti per me i Beirut, e sa anche benissimo che se li sto ascoltando, in particolare certi brani, dovete stare molto attenti che io abbia preso le mie goccine altrimenti c’è da preoccuparsi. Però questa nuova uscita è a tutti gli effetti insipida. Il nuovo corso della band di Zach Condon era cominciato con l’album precedente, The Rip Tide, alla ricerca di un sound più diretto, meno elaborato, con meno fiati e sezioni orchestrali. Meno produzione e meno roba suonata insomma. E in questa nuova uscita si continua nella medesima direzione. Ma se in The Rip Tide la cosa aveva funzionato almeno in parte, soprattutto grazie ad una seconda metà dell’album che obliterava la prima (la cui unica vetta era una scopiazzatura dei Creedence Clearwater Revival in A Candle’s Fire), qua no. Qua ci sono pezzi blandi e insipidi, che non sanno di Beirut, non sanno di nulla in realtà, meri divertissement di world music che lasciano il tempo che trovano, a parte la carinissima At Once che sarebbe potuta stare su Gulag Orkestar (e infatti ha i fiati) e l’intermezzo space-rock di Pacheco (che però di Beirut non ha niente). Non è che si richiede qualcosa tipo i primi due album, però se i pezzi di un album non dicono niente, non dicono niente. Punto

Creation

Creation – Keith Jarrett

Mi Piange il cuore dirlo. Lo so. Se leggete sto buco online lo sapete anche voi, quanto io ami Keith Jarrett, soprattutto la sua produzione da piano solo. Ma bisogna essere onesti. La sua ultima collezione di concerto per pianoforte, un collage del suo tour Europeo 2014, non è niente di che. Nulla a che vedere con la passione e il fuoco del disco precedente, Rio; i pezzi sono poco ispirati, freddi, con qualche lampo di genio che però non viene perseguito a dovere. I grandi pezzi lenti e quasi trascendentali di Jarrett avevano quella caratteristica che, nonostante fossero quasi tutti improvvisati, li potevi cantare, seguire nella melodia, nei cambi, nel tempo che rallenta. Qui nella maggior parte dei pezzi Jarrett ha delle buone idee, ma spesso non riesce a dirigerle dove vorrebbe. Non è un concerto interlocutorio e inutilmente virtuosistico, tutt’altro, e in questo senso è ancora godibile. Ma è di molti gradini inferiore ai suoi grandi album su questo tema, come Radiance, Rio o Dark Intervals. Sigh

Ma Anche No

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B’lieve I’m Going Down – Kurt Vile

Non ci siamo. Non siamo per nulla. Noia Noia Noia Noia e Noia. Un album lungo, prolisso, con poche idee allungate come il brodo per un tempo ENORME. Sembra di leggere i temi delle medie, dove un concetto di una riga e mezza veniva annacquato per far raggiungere la lunghezza desiderata dalla professoressa. Ora capisco i traumi che creavo alla mia prof di lettere alle medie, povera lei. Non si può fare un album di un’ora cantato con la voce scazzata, perennemente sotto l’effetto dell’erba o altro, e dove pensi che mettere qualche effetto shoegaze, un po’ di delay e chorus e qualche accordone con la Resonator Guitar possa sopperire alla mancanza di idee. Datemi il suo studio di registrazione, una loop station e la mia Fender e vi tiro fuori un album migliore. Rimango sempre più convinto che i War on Drugs abbiano guadagnato da morire dalla sua dipartita, e il loro ultimo album lo conferma. Come questo conferma come Kurt Vile non abbia assolutamente nulla da dire. Prof. Lazzari, mi scusi tanto, avevo dodici anni, non ero cosciente delle robe terribili che partorivo.

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Fading Frontier – Deerhunter

Delusione, grande delusione. Tanto avevo apprezzato il loro album precedente Monomania, tanto questo mi sembra un disco mal concepito e mal eseguito. I Deerhunter si perdono a inseguire loop ripetitivi e linee vocali che dicono molto poco. Il problema principale con questo album è che le canzoni singole son deboli, quasi tutte; song-writing gettato lì, perchè tanto si son fatti il nome nell’ambiente indie-pop e indie noise, ma oltre gli overdub, le equalizzazioni, i clap hands e le tastierone non c’è molto. Tra canzoni che sembrano cantilene e strutture viste e riviste c’è molto poco di questo disco che si può salvare. Forse giusto Snakeskin, verso la fine, poichè cambia radicalmente il tono e il tiro dell’album, con un groove da jingle televisivo che cattura l’orecchio e una progressione estremamente interessante. Ma oltre questi rari episodi, un album trascurabile. Peccato, veramente peccato.

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In Dream – Editors

Non so cosa dire. Non ho più parole. Il mio incubo si è avverato. Gli Editors sono ufficialmente diventati un gruppo di merda. Ricordo distintamente la sensazione di orrido provata nel Maggio 2013, sulla U3 di Berlino, mentre tornavo dall’università, con il precedente album The Weight of Your Love nelle orecchie. Pensavo “no dai, ora arrivano i pezzi grandiosi loro, che è sta roba?” e cercavo di farmi piacere un album mediocre, dove gli Editors sembravano gli U2. Ecco, a distanza di due anni non è cambiato NULLA. Hanno detto addio alle chitarre o ai synth usati alla maniera industriale britannica (che vengono ad Birmingham sti stronzi, mica da un posto bello), e si sono messi ad inseguire del facile pop che ricorda appunto ancora gli U2. Due anni fa gli concessi il beneficio del dubbio. Un passo falso capita a tutti. Non era un passo falso, era una direzione ben precisa, purtroppo. Scusate, vado a piangere ascoltando An End Has a Start, perchè album così belli non torneranno più.

Italians Do It Better

Endkadenz

Endkadenz Vol.1 – Verdena

Ricordo quando avevo 16 anni, e ascoltavo i Verdena, con già la coscienza che si trattava di una fase adolescenziale, che il loro post-grunge a cavallo degli anni 2000 non sarebbe durato, ma era un ottimo passatempo per quando vuoi andare a concerti con tipe e amiche tue coetanee. E invece no. Non finiscono di stupirmi. Far uscire un album ogni 4 anni è la chiave, perchè capisci precisamente dove vuoi andare, cosa vuoi suonare, che musica ti rispecchia e come non suonare mai ripetitivo. Non so se questo album (mi riferisco per ora al Vol.1, il Vol.2 non l’ho ancora ascoltato ma li considero album separati) sia meglio di WOW, che ho adorato per motivi anche personali. Meno sperimentale, più diretto, più distorto, più noise e meno synth tamarri. Ma qui c’è tutto, dal singolone Un po’ Esageri, colonna sonora di quando si corre per raggiungere il Bus o la Metro, al ritmo morboso di Sci Desertico, agli spazi sonori di Rilievo. Il pianoforte e i fiati suonati senza criterio musicale di Contro la Ragione mostrano la cifra stilistica di un album ancora una volta coraggioso, che ancora una volta suona diverso da quello che i Verdena hanno prodotto in passato, senza perdere il loro marchio di fabbrica, dai testi deliranti alle linee strumentali o vocali mai fuori luogo. E sti stronzi vengono da ALBINO. Avete presente dov’è Albino? Se un gruppo così viene dalla Val Seriana c’è speranza per il mondo. Grazie ancora una volta Verdena

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Mainstream – Calcutta

Ho sempre sopportato poco la ventata pseudo-cantautoriale della fine degli 2000 che ha preso d’assalto la penisola italiana. Odio le frasi autoreferenziali e volutamente deliranti di Vasco Brondi. Detesto l’Hipsterismo dello Stato Sociale e di tutto il catalogo di Garrincha Dischi, evidentemente impegnati a tirare fuori frasi ad effetto per fare presa sulle diciottenni lamentose invece che a tirare fuori brani effettivamente degni di un ascolto. Dovrei odiare quindi anche Calcutta, perchè ha molti di questi tratti, soprattutto l’Hipsterismo spinto. E invece no. Questo stronzo da Latina ha tirato fuori un album estremamente interessante. Perchè? Perchè le capacità di scrittura le ha, si vede, le si sente in come si muovono i brani, dal lamento noir di Milano alle linee da arena-rock di Frosinone. Vero, ha una voce lamentosa, che a molti può non piacere, e di solito nemmeno a me, ma in questa veste intimista, in questo album che è diretto alle serate fumose, da sigarette nel buio sul davanzale, la voce non poteva essere altrimenti. I brani non sono pretenziosi, per quanto possano apparire pretenziose le liriche. La produzione appare scarna (ma non lo è) e tutto riveste questa atmosfera sommessa, in prestito dal fondo di una bottiglia di pessimo vino e dagli accordi di tastiera simil-Rhodes. Se tutti scrivessero come scrive Calcutta ci libereremmo una volta per tutte di gente tipo L’Orso, e le orecchie smetterebbero di sanguinarmi.

 Che dite, sono stato troppo prolisso?

2015 in Music (Part 2)

è Domenica, è una giornata splendida nonostante sia Gennaio, si stanno sciogliendo i ghiacci e tutto ciò ci rende più ilari e gaudenti perchè presto potremo andare al mare anche se abitiamo ad Aosta. Come altro passare la mattinata se non chiudendosi in camera, serrare tutte le tapparelle e vivere con una doverosa dose di presomalismo? E come lo curi il presomalismo? Finendo la top ten che ho interrotto per cause di forza esterne! Ecco come passare la domenica. Il Tedio non finisce mai!

5.

FRom Sleep

from SLEEP – Max Richter

Ho già parlato in questa sede di Max Richter, di quanto la sua musica sia interessante, complessa, evocativa e al contempo accessibile, e di quante fregnacce ci leghi dietro io alle cose che fa, a causa di mie vecchie paturnie personali. Erano un po’ di anni che il compositore che mischia musica elettronica, ambient, classica e minimal non faceva uscire un album completo. E io soffrivo perchè sì, ok, van bene le miriadi di colonne sonore che a momenti Morricone ce fa na pippa, però a me i pezzi da un minuto scarso van bene solo se ti chiami GG Allin o Henry Rollins e nel microfono ci stai vomitando dentro, e allora te lo puoi permettere perchè sei meglio te. E allora mi deve aver sentito, e bene pure, anche se in realtà questo non è realmente un album. from SLEEP è un estratto di un’opera della durata complessiva di 8 (OTTO) ore, ideata da Richter come accompagnamento al sonno notturno (chiamata per l’appunto SLEEP). Un estratto di un’ora, per noi bambini speciali che abbiamo i deficit di attenzione e non riusciamo a stare attenti ad un film in streaming per più di venti minuti consecutivi, a meno che non siano film sulla caduta del Reich o, alternativamente, su Spongebob. Ecco, però, cioè, insomma, io vorrei anche cercare di capire cosa passava nella testa di Richter quando ha pensato “questa musica sarà il perfetto accompagnamento per una sana dose di sonno ristoratrice”, perchè è evidente come 1) chi ascolta Richter la notte NON DORME, bensì fa un uso prezioso delle ore notturne per fissare il vuoto fumando sigarette nella penombra e 2) from SLEEP non ha nulla a che vedere con musica che davvero poteva accompagnare momenti di sonno come ad esempio Brian Eno, Fripp, Harold Budd e compagnia (poco) cantante. Ogni brano è una ricerca ossessiva di un percorso a partire da un qualche aspetto del brano. Path 5 si articola lungo una tortuosa ripetizione di quella che pare una voce spettrale, ad accompagnarla solo una tastiera che andrebbe molto bene come colonna sonora per scenari apocalittici. Dream 13 è un ostinato al pianoforte con un violoncello che, lento e grave, insiste su degli intervalli lunghi e autunnali, mentre Dream 8 ricorda le sinfonie dei neo-romantici tedeschi di inizio 900 nei loro momenti più cupi, lenti, e teatrali. Il capolavoro della selezione è però all’inizio, Dream 3 (In the midst of my life), tutto imperniato su un pianoforte muto, quasi inesorabile nel ripetere continuamente il giro di accordi, accordi che seguono pedissequamente il ritmo, facendo cadere l’ascoltatore in una sorta di trance ad occhi aperti, una marcia verso il vuoto o il buio, mentre ancora un violoncello canta senza sprecare parole di una, della nostra, caduta verso il terreno, verso la fine. Questo è un album da psicopatici, e io ho una predilezione per gli psicopatici (e le psicopatiche a quanto pare, ma sono altre storie). Quando una colonna sonora per il sonno ti da come unico effetto l’aumento della veglia perchè la musica è tanto bella da averti indotto una paresi facciale a bocca spalancata, beh, lì capisci che dormire è davvero inutile e che non potremo chiamarci civilizzati finchè non ce ne saremo liberati.

4.

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The Magic Whip – Blur

Forse a qualcuno sarà capitato, forse ad altri no, ma immaginate per un momento di essere a casa, tranquilli, a fare le vostre faccende, a perdere tempo dopo una giornata trascurabile. E suona il citofono. Vi alzate, andate a rispondere e sentite “Ciao, sono io, hai un attimo?”. Quel “sono io” lo dice la vostra ex o il vostro ex che non vedete da anni, una persona che volenti o nolenti ha condizionato una buona parte di chi siete ora. E non sapete cosa fare, e scendete e la vostra espressione e il vostro comportamento è un imbarazzante misto tra “come stai? è un sacco che non ci vediamo” e “oddio perchè sei qua?”. Ecco, pensate se gli anni in questione fossero 12, e a momenti non vi ricordate nemmeno come era il suono della sua voce, ma appena inizia a parlare non potete negare che non poteva essere altrimenti. Questa è la sensazione che ho avuto ascoltando il ritorno dei Blur, 12 anni dopo Think Tank. 12 anni dopo Out of Time e quel video assolutamente desolante girato su una portaerei, che io guardavo su MTV Select mentre ingenuamente aspettavo passasse un qualunque video cagata degli U2. 12 anni dopo che il mondo dell’alternative rock, a tratti cupo, a momenti vitale, decise di farmi visita. 12 anni sono tanti, troppi, ma non te la senti di mandare via quella persona. Allo stesso modo non ti senti di mandare via Damon Albarn e Graham Coxon. Ed è la scelta giusta, o almeno, se non giusta, l’unica che potevi effettivamente perseguire. Concepito in 5 giorni ad Hong Kong, The Magic Whip vuole riprendere il filo del discorso esattamente dove Think Tank l’aveva lasciato. Non vuole suonare moderno, non si riveste delle influenze dell’indie UK sorto dopo il 2003, o di quello americano votato alternativamente al post-core o ad atmosfere sognanti. The Magic Whip non ha paura di voler suonare come l’alternative che, se non li aveva resi famosi (lo erano già), aveva perlomeno fatto capire a tutti che le capacità di Albarn e soci erano in una lega tutta loro e con i fratelli Gallagher non c’entravano un cazzo. L’opener Lonesome Street dimostra il tipico suono di chi ritorna sulle scene e non vedeva l’ora di farlo in questa veste. Go Out insegue un ritmo ipnotico a pedali schiacciati, ricordando a momenti i Radiohead più rumorosi da The Bends a Bangers and Mash. Il divertissement musicale, che ha sempre caratterizzato i Blur, è ovviamente presente in brani come I Broadcast (dove Albarn tira fuori tutto il suo accento dell’Essex senza ritegno) e la marcetta Ice Cream Man. Tra momenti Pop più o meno rilassati (Ghost Ship), l’apice dell’album sono però i pezzi più introversi, quelli dove senti dove è nato l’album, dove è avvenuto l’incontro fatale rimandato troppo tempo. Il neon di Hong Kong è nelle sue torri e negli accordi spettrali che emettono (New World Towers), è nella direzione marziale, tecnocratica e nichilista di There are too many of us, o nella desolazione della sua controparte, Pyongyang, tra note che tremano e preannunciano spaesamento, alienazione, rovina incombente. Son passati 12 anni, son tanti, troppi, e non ci sarà mai tempo di dire tutto quello che si è pensato di dire, si avrebbe voluto dire, le parole che corrono troppo in fretta nella mente per essere espresse. Però intuisci che è tutto ancora lì, che The Magic Whip  è la lettera che avresti voluto ricevere in tutti quegli anni e ora ti è declamata di persona dopo anni di pudore. E in fondo, se non sapessi che è del tutto fuori luogo, alla fine ci scapperebbe anche un ultimo limone in nome dei vecchi tempi andati.

3.

Wilderness

Have You in My Wilderness – Julia Holter

Io ho un problema. Sento già le voci di chi commenta “UNO SOLO?” ma non ti curar di loro, guarda e passa. Ho un problema dicevo: se mi innamoro non posso essere oggettivo. Peggio ancora, se mi innamoro la cosa diventa una ossessione. Ecco, mi sono innamorato di Julia Holter, perchè se una tizia mi tira fuori un album del genere deve essere la donna più bella del mondo. Già con Loud City Songs avevo avuto qualche sentore, ma qui c’è la conferma, quella strana sensazione che hai al pub con amici e dopo un po’ che conosci una persona, quella sera hai la netta impressione che lei si differenzi da tutto il resto. Lo so che tra quello che scrivo ora e la recensione precedente con le sue metafore ardite sembro un romantico piagnone. La realtà è che lo sono. Ma io vi sfido a trovare un’altra artista che sia capace di comporre un album così e soprattutto di reggerlo tutto insieme con la sua voce, voce che non è spaziale, non salta tra acuti e note di petto, ma è vera, viva, vissuta, complessa, introspettiva, discreta in certi momenti. Forse solo Grouper riesce a fornire qualcosa del genere, ma il capolavoro Ruins è del 2014. Nonostante i brani abbiano tutti come perno la sua voce, ogni brano dimostra una complessità e una abilità di arrangiamenti e composizione che lasciano completamente a bocca spalancata. Solo i primi due brani potrebbero bastare per dimostrare le capacità musicali (e dunque non solo vocali) della Holter, e sarebbero sufficienti per reggere tutto il disco. Feel You e Silhouette sono un concentrato di strumenti, ritmo, produzione eccelsa ma impiegata sapientemente in servizio di brani solidi, scritti magistralmente, e senza perdere mai un momento di magica e della dimensione evocativa della sua voce. Everytime Boots, tra accordi di pianoforte e una linea vocale quasi giocosa e sediziosa è un esempio di come si possa e si debba fare musica indie adesso, senza pose, senza pretese di essere quello che non si è. Senza fare gli hipster a cazzo di cane insomma. Ci sono i pezzi più lenti, quelli più cristallizzati entro lo scambio tra note scarne e voce grave e a momenti minacciosa, quasi soul, come in How Long o nel delirio onirico di Night Song, tra archi e poche note di voce e tastiere, solo quelle necessarie a dare il tono, il tema, l’orizzonte di questo lungo monologo, un dialogo tra la Holter e qualcuno che non si riesce ad identificare e che sembra rimanere stranamente silente. C’è anche spazio per la sperimentazione prettamente strumentale in bilico tra jazz e un pizzico di avanguardia come in Vasquez. E poi c’è lei, il capolavoro del disco, quella When the Sea Calls me Home che mi ha fatto capire tutto di quest’opera, e mi ha fatto capire come questa sia una artista speciale. When the Sea Calls me Home è la God Only Knows del 2015. Stesso ritmo, stesso cambio di accordi, stesso approccio alle armonie vocali, stesso slancio liberatorio, stessa cadenza. God Only Knows (per chi non lo sapesse, storico brano dei Beach Boys) è un brano molto importante per me; potete allora forse capire cosa vuol dire incontrare un brano che te lo ricorda in ogni aspetto ma è comunque diverso, indipendente, suo. Come scoprire che per quella persona che col tempo è diventata per te diversa da tutte le altre, beh, forse la cosa è reciproca. L’ho già detto che non sono oggettivo in queste situazioni?

2.

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Purple – Baroness

Tre anni ci son voluti. Tre anni e un incidente con il tour bus che poco ci mancava e faceva finire i Baroness come Cliff Burton o i Decapitated quasi al completo. Tre anni e un nuovo tastierista. Tre anni e un nuovo batterista. Ma finalmente è arrivato Purple, il seguito del doppio album Yellow&Green (indovinate come si chiamavano gli album precedenti? Un mongolino d’oro a chi ci arriva) che tanto ci aveva fatto godere nel 2012. O meglio, godere la gente normale, io ho ancora qualche problema ad ascoltarlo poichè fu la colonna sonora della mia folle scrittura della tesi triennale nel Gennaio 2013 quando ero a Konstanz. Tre giorni e tre notti di pura follia che faccio fatica a dimenticare. Ma chissenefrega! Anche se ora non posso più ascoltare Yellow&Green c’è il degno successore! Questi stronzi da Savannah, Georgia, un posto dove non capisci come sia possibile permettano di suonare metal perchè a momenti vanno ancora in giro con la cintura di castità, e invece ha pure una scena musicale piuttosto elaborata, sono evoluti, ma sono ancora loro. Il suono è ancora quello, ma è la direzione del lavoro che si rinnova. Non più sludge metal, non solo quantomeno, non esclusivamente fango, accordature in drop e spinelli. Non solo atmosfere drone da post-metal, anzi, quasi nessuna ormai. I Baroness intraprendono una sfida, coniugare la melodia al loro stile, ai loro cambi di tempo, alla voce urlata, ai loro breakdown che non c’entrano nulla e non c’entreranno mai nulla con la merda metalcore. E la vincono sta stracazzo di sfida, perchè ogni brano è un sapiente connubio di complessità prog e sludge, che non si perde mai in scelte, cambi, o soli fini a se stessi. Ogni singola linea di ogni singolo brano è indirizzata alla coesione, all’impatto, al ritmo. Il tutto risultando incrediblmente moderni ed incredibilmente melodici, senza suonare mai stucchevoli. Qualche purista storcerà il naso, pensando che la musica sia morta dopo i Kyuss o i Godflesh. Ma i Baroness il naso glielo raddrizzano a suon di cartoni in faccia. Perchè nonostante tutto questo è ANCORA un album massiccio, forse più di Yellow&Green dato il suo essere un disco singolo. Un brano come Kerosene è un assalto all’ascoltatore che resiste al confronto con qualunque produzione post-metal da quando gli ISIS (no, non quelli che vedete in tv, altri) si sono sciolti. Il disco è dominato da una vasta dimensione”anthemica”, cioè questi sono brani che si cantano a squarciagola al concerto, un inedito quasi nei generi metal che non siano l’Heavy o i Metallica (anche perchè per il resto, sono quasi tutti generi dove si rutta o robe alla Dream Theater dove ogni tentativo è destinato al fallimento), basti ascoltare all’incedere di The Iron Bell o al fulcro del disco, ovvero la quasi suite Chlorine and Wine, una cavalcata post-metal tra momenti di tranquilltà strumentale ed esplosività vocale. Ma il capolavoro è forse all’inizio del disco, la fantastica Shock Me, ottima candidata a brano del 2015, una canzone con una energia e una carica incomparabili, senza sacrificare, ancora una volta, melodia e cantabilità. Purple dei Baroness ha raggiunto l’agognato status di “album che posso ascoltare mentre corro”, spodestando ultimamente Are you Driving me Crazy? dei Seam. Certo, c’è quel piccolo problema che mi fa correre a velocità inaudite e quando finisco il percorso torno a casa avendo lasciato per strada due terzi di polmone, una rotula e avendo venduto il quadricipite su ebay sotto la categoria “usato da rottamare”. Ma cosa volete che sia? Si vive bene anche senza. Senza Purple dei Baroness invece no. Ignavi.

1.

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In Colour – Jamie xx

Sono ufficialmente preoccupato. Credo comincerò nei prossimi giorni ad aumentare il livello di paranoia che solitamente mi contraddistingue perchè tutto ciò non è possibile. Non è giusto, e sento che qualcuno questa scelta me la farà pagare. Più precisamente ho come l’impressione che il me diciassettenne metallaro, se sapesse della mia scelta di premiare come album dell’anno un disco che mischia elettronica, hip-hop e ambient, prenderebbe volentieri una macchina del tempo per farmi visita e si dedicherebbe ad una dimostrazione pratica dei consigli elargiti in Hammer Smashed Face dei Cannibal Corpse. Ma non ce n’è. Non è possibile sfuggire a questo verdetto. Non era possibile nemmeno farlo sotto la guisa di una scelta dettata dall’originalità, giacchè questo album un po’ tutto il mondo lo ha proclamato secondo migliore disco dell’anno dopo il sempiterno Lamar. Ma, ripeto, NON-CEN-N’è. Tutto di quest’album è perfetto, e se un disco così lontano dai miei stilemi classici è capace di piacermi così tanto senza cadere in facili clichè o soluzioni che convincono solo sulla medio-breve lunghezza, allora è lì che capisci che ti trovi in effetti di fronte ad un album spettacolare. Ho aspettato 5-6 mesi, immaginando che non potesse essere possibile come verdetto, aspettando l’arrivo di qualcuno o qualcosa che lo scalzasse, e devo dire che gli altri album sul podio ci sono arrivati vicino, ma senza mai impensierire seriamente Jamie Smith, in arte Jamie XX. Perchè sì, il produttore e membro degli XX (CHE FANTASIA PER I NOMI DICO IO), non sbaglia nulla, nemmeno nei brani che potrebbero sembrare i più ordinari come la opener Gosh, dove uno snippet in loop da un programma della BBC è capace di dettare una cadenza blues tra sequencer e suoni stile glitch. Ma non è solo questa capacità di utilizzare strumenti triviali per fornire brani spettacolari la forza dell’album; ogni collaborazione è al posto giusto, è pesata e interpretata dagli artisti in maniera funzionale al disco. I due brani cantati dalla collega di band Romy, Seesaw e sopratutto Loud Places sono inni alla gioventù vissuta in musica, tra un open air sulla terrazza del Badeschiff a Schlesisches Tor, le pasticche di MD e il sole che fa capolino tra le nuvole. C’è spazio per l’elettronica più minimale, ritmata e ipnotica come in Hold Tight, ispirata dalle trance e dalla deep house dei migliori club europei. C’è la 2-step-dub e la jungle come in Obvs o Sleep Sound, suono in presa diretta dalla scena Londinese che tanto riesce ad insegnare alla musica elettronica contemporanea (ma in fondo lui è inglese, se non le fa lui ste cose qui chi?) o la progressione spiazzante e sperimentale di The Rest Is Noise, dove Jamie XX gioca con il pianoforte e i pad per fornire qualcosa che richiama esplicitamente i suoni e le atmosfere di due guru della minimal e della sperimentazione elettronica moderni come Jon Hopkins e soprattutto Nils Frahm. Queste influenze si trovano anche nei brani forse meno considerati, come la brevissima Just Saying, che dura di meno di due minuti, ma è la colonna sonora più spettacolare alla scena di una città che scorre sotto i tuoi piedi mentre la attraversi in treno all’aperto. Ma forse il vero gioiello non c’entra nulla con tutto ciò. Il vero gioiello del disco nasce da un sampling di un brano di un gruppo a CAPPELLA, i The Persuasion, che viene fuso all’hip-hop del rapper Young Thug e alle influenze reggae del jamaicano Popcaan. I know there’s gonna be (Good Times) sviluppa un groove in crescendo, un ritmo quasi tribale, urlato, inno alla speranza, inno a tutto quello che verrà, sperando davvero che tempi migliori siano dietro l’angolo. Sette anni ci sono voluti a Jamie Smith per questo suo debutto solista, e non ricordo molti altri debutti che siano riusciti a mettere d’accordo praticamente chiunque su ogni suo aspetto. Sette anni ci son voluti a me per mettere sta roba in cima al podio delle uscite annuali. Ora ho due problemi 1) un hype altissimo per qualunque altra cosa che farà uscire, sia come solista che con gli XX e 2) un me teenager incazzatissimo che vuole farmi la pelle perchè ho tradito tutto quello che lui difendeva. Lo vedo già dietro ogni angolo. Ho bisogno di un bodyguard. O di medicine più efficaci. A voi il verdetto. Io il mio l’ho già raggiunto. E vi ricordo che è insindacabile.

Thanks for all the Fish

2015 in Music (Part 1)

è già metà Gennaio, sono in ritardo, non dormo la notte perchè dormire è una invenzione borghese fatta per sopire la rivoluzione, ho un laptop a cui non funzionano i tasti p, è, ‘, mi scadono in giornata tre deadline per posti negli United States of Total Paranoia (cit.), e nonostante tutto questo ho deciso che è questo il momento giusto per sciorinare classifiche assolutamente non richieste sulla musica dell’anno passato. Il giudizio è insindacabile a meno che non vi chiamate Scaruffi (e in tal caso, poveri voi). So benissimo di non avere ancora ascoltato il 90% della roba uscita nel 2015, e che soprattutto alcuni generi non potrò mai ascoltarli con occhio oggettivo. Quindi, FINALMENTE, una classifica che non mette al primo posto l’ultimo di Kendrick Lamar. Ah, e (quasi) niente Jazz, perchè per stare dietro alle uscite del jazz mi ci vorrebbe una seconda vita.

Cominciamo dunque con la prima parte della

TOP TEN

10.

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Tell Me I’m Pretty – Cage The Elephant

Non so voi, ma io ero rimasto che in Kentucky ci fossero, in ordine 1) il pollo fritto 2) il basketball collegiale 3) il tabacco trinciato. Stop. E invece no. Apparentemente in Kentucky ogni tanto saltano fuori complessini di musica leggera che sanno il fatto loro. E l’ultimo dei Cage the Elephant ne è un esempio lampante; è difficile ormai restare saldamente nel canone dell’indie e del garage rock senza annoiare o suonare incredibilmente ripetitivi. Tell me I’m Pretty non c’entra nulla con tutto ciò. Possiamo prendere ad esempio il fatto che i primi 5 brani potrebbero essere tutti di gruppi appartenenti a diverse istanze o momenti della storia dell’alternative rock; Cry Baby ricorda i Blind Melon (specialmente verso la fine), Mess Around è un inno garage trasportato nel 2015, tra Fuzz, giri di basso ipnotici, e coretti post-punk. La marcetta su cui si innesta Sweetie Little Jean deve tutto al revival anni 2000 nato sull’onda di Strokes e Franz Ferdinand (con tanto di coretti in falsetto), Too Late to Say Goodbye niente altro è che un vamp soul su cui avrebbe anche potuto cantare Amy Winehouse, mentre Cold Cold Cold si snoda a metà tra i The Doors, il primo Mersey Beat, e una dose di musica da momento gangster di un film di Tarantino (Little Green Bag in Reservoir Dogs?). Insomma, tutta questa trafila per due motivi 1) millantare conoscenze musicali che non ho 2) mostrare come il punto di forza di Tell Me I’m Pretty è il suo suonare innovativo, originale, mai fine a se stesso e capace di unire, all’interno del suo filone di appartenenza, influenze e generi che spesso son vicini di casa, ma non si parlano perchè non sono d’accordo sul come ridipingere la staccionata. E tutto ciò dal Kentucky; teneteve pure er KFC

9.

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Panda Bear Meets the Grim Reaper – Panda Bear

Non sono mai stato un esperto di musica elettronica, non l’ho mai millantato, e mai negato la mia condizione. Non dovrebbe sorprendere dunque nessuno che son solo venuto a conoscenza dell’esistenza di Panda Bear, un curioso caso di musicista e producer della Virginia trapiantato a LISBONA, tramite la sua collaborazione con i Daft Punk nel 2013 sulla loro traccia Doin’ It Right (Senza ombra di dubbio la traccia migliore del loro album Random Access Memories) da bravo ascoltatore di musica elettronica che tira e non molto altro. E in effetti questa ultima fatica dell’orsetto in via di estinzione (sarà per questo che incontra il tristo mietitore? mah) inizia con un brano che ammicca molto alla produzione dei Daft Punk. Uso del vocoder senza timore, e strizzatine d’occhio verso la neo-psychedelia che tanto va di moda ultimamente. Ma è dal secondo pezzo che il disco prende la sua direzione più consona. Tra motivetti catchy passati attraverso il loop, sequencer triggerati come nella migliore tradizione della deep house (Come to Your Senses, Selfish Gene) e armonie vocali in bilico tra Beach Boys e scenari ossessivi stile Can (Boys Latin) l’album si snoda attraverso le sue due anime principali: l’hip-hop anni 90 e la progressive Trance dei medesimi anni che faceva cadere la neve su Ibiza d’Agosto. C’è pure spazio per sperimentazioni che richiamano esplicitamente i Popol Vuh (Lonely Wanderer) senza che l’operazione sembri meramente una plastica fatta male. Le influenze di gente come Oakenfold o Underworld sono, francamente ovunque, nelle progressioni, nella scelta degli effetti, OVUNQUE, ma non sono ostentate, non è un richiamo esplicito, Panda Bear riprende il mood delle ipnosi e dei deliri degli anni 90 per confezionare qualcosa di stilisticamente proprio e molto più consono al 2015 che non mettersi su una canotta di Shaquille O’Neal agli Orlando Magic e far finta che Space Jam debba ancora uscire al cinema. Panda Bear si incontra con la morte, ci tira insieme una striscia di speed, e poi probabilmente ci gioca a scacchi. E vince, mica come quel perdente di Antonius Block

8.

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Currents – Tame Impala

Almeno questi li conoscevo da un po’, almeno da un paio di anni, quando un mio amico a Berlino mi disse di andarli a vedere all’Astra Club nella Raw di Warschauer Strasse e io penso “boh, chi cazzo sono sti stronzi australiani? Saremo io loro e i loro parenti, vediamo di procurarci l’album” e invece rimaniamo come dei cretini fuori  dal locale assediato perchè evidentemente dovevano averne un sacco di parenti da quelle parti. Ecco, però, il loro precedente album, Innerspeaker, non mi aveva detto moltissimo. Loro fanno psichedelia, nemmeno troppo moderna, molto orientata allo shoegaze, come se i Slowdive prendessero un po’ troppi funghetti e si ritrovassero indietro di due decenni a giochicchiare con un Moog. Innerspeaker mi era sembrato prolisso e un po’ autoreferenziale. E invece questo non c’entra un cazzo. Produzione completamente diversa e sopratutto, una svolta dance di quelle che si parte subito con gli snippet vocali in loop, che la prima volta che avevo sentito Let It Happen avevo pensato di avere il file mp3 buggato. E invece no. Ritmi e loop accattivanti, morbosi quasi, e tanta tanta tanta tanta tamarraggine coi synth e con la dance di sapore europeo dagli anni 80 fino a 15 anni fa. Dannazione, su Yes I’m Changing mi aspettavo da un momento all’altro di sentir cantare Annie Lennox negli Eurythmics degli anni migliori. Anche i pezzi cantabili da accendino nel locale o da limone durissimo c’ha sto album (Eventually). Cosa potete volere di più? Basta polvere, LSD, carne di Dingo e scorpioni velenosissimi. Gli australiani scoprono l’Europa, i Bratwurst, l’MD, e la necessità di stare in un club fino alle 12 del mattino perchè tanto fuori piove ininterrottamente da 5 giorni.

7.

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New Bermuda – Deafheaven

Dovete sapere che io ho un passato da metallaro. Un passato che non ho mai rinnegato. Ma non ho mai avuto le fasi da grupponi storici del metal. Mai cagato di striscio i Judas Priest per esempio, qualcosina Iron Maiden e Metallica, ma per il resto ho sempre adorato il metal con i rutti e con i gargarismi. Ora, raramente ascolto ancora quel tipo di metal, principalmente perchè la piega che ha preso la mia vita da qualche anno mi induce a cercare musica da ascoltare o mentre fumo sigarette di notte e mi arrovello su problemi inutili, o mentre studio (quindi roba ripetitiva). E poi ci sono i Deafheaven. Scoperti due anni fa con il mastodontico Sunbather, acclamato album del 2013 probabilmente pure da mia nonna, i Deafheaven ripropongono con New Bermuda la ricetta di Black Metal, post-Rock e Shoegaze che li ha catapultati al vertice del genere. Alcuni dicono che si sono infighettati, che seguiranno il corso di un gruppo come gli Alcest e finiranno a fare post-rock scadente. E sti stronzi invece gli rispondono con un attacco a blastbeat e urla raccapriccianti come nell’opener Brought to the Water. Opener stessa che fluisce drammaticamente e senza soluzione di continuità in intervalli di chitarre pulite e delay stile M83 ripresi ripetutamente a pugni in faccia dalle chitarre di chiaro stampo Black Metal, mettendoci alla fine pure UN PIANOFORTE, proprio per dire non ce ne frega un cazzo di quello che pensate sia Black Metal, alla faccia di chiunque (faccia ripetutamente presa a pugni). 5 Pezzi, lunghi, elaborati, senza mai un momento di noia, tra assoli coperti di Wah che nemmeno Kirk Hammett (Baby Blue), cascate di blastbeat furiosi che ricordano i peggio gruppi brutal nazi-ucraini (Come Back) o cavalcate Prog Metal come in Gifts to the Earth dove troviamo il peculiare connubio di chitarre pulite e shrieking black Metal. Questi sono gli eredi del post-black metal americano dopo che quel coglione di Azentius dei Nachtmystium ha deciso che l’eroina era la sua vita. I Deafheaven ci insegnano che il vero sballo è dire no.

6.

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Ones and Sixes – Low

Parafrasando qualcuno che parla alla gente meglio di me “Se non vi piacciono i Low non vi voglio nemmeno conoscere”. Questa coppia di marito e moglie da Duluth, Minnesota, pionieri del lo-fi negli anni 90, non smettono da vent’anni di fornire la struttura e lo standard per l’indie, senza essere fragorosi, senza farsi quasi notare, mettendo chiunque altro a tacere con i loro brani. E la cosa migliore? SONO COME IL VINO! Migliorano di album in album, fino ad arrivare al punto che le loro ultime produzioni, con un suono curatissimo e brani dove l’attenzione è presente in ogni semibiscroma possibile, sono addirittura meglio degli album che li lanciarono negli anni 90. Ones and Sixes continua questo trend. Sono rimasto per mesi in adorazione del loro precedente album The Invisible Way, e questo ne è un degno successore, nella sua diversità e nel suo essere un contraltare spirituale all’album del 2013. Come potrete facilmente intuire, le canzoni dei Low non sono esattamente canzoni che chiunque metterebbe ad una festa, a meno che la festa non sia quella dei cuori infranti e vagamente psicopatici. I brani dei Low sono meglio descritti dalla parola inglese somber, sommessi, lenti,carichi di rimpianto e di quel sapore che ti prende la lingua e la gola quando vedi il tuo mondo crollarti intorno. The Invisibile Way era l’equivalente musicale di una notte passata in compagnia di una bottiglia di vino, a fare pace col proprio percorso e con chi non ne fa più parte. Ones and Sixes è invece un canto disperato, una implorazione col cuore in mano, è essere in ginocchio davanti alla persona che ci ha distrutto e professarle amore eterno. Tutto ciò senza ripescare dal passato o dare sfoggio di una spiritualità trita e ritrita. La drum machine pulsa nel vuoto, scandendo il ritmo di una processione di reietti (Gentle o il capolavoro The Innocents), gli accordi lenti di brani come Spanish Translation e Into You sono l’inesorabile sfondo della preghiera, della scongiura che rivolgiamo a qualcuno ma che ci si rivolta contro. Ci sono echi di ritmi post-metal, e tutto l’album è dominato da un suono muto, accordi suonati sulla chitarra col palm muting o attraverso dei pad chiusi e introspettivi (No Comprende). Anche pezzi più uptempo e meno cupi come Lies o What Part of Me suonano come l’ultimo lamento disperato, la richiesta, il pegno da ottenere da chi ci ha cancellato molto tempo fa. Adoro i Low, forse non sono troppo oggettivo sul loro conto, hanno scandito più di un mio passaggio in posti importanti per me. Oppure no, e chi non li ascolta non capisce nulla. Ma non solo della musica, della vita proprio, perchè nei loro album c’è molto più che musica

A brevissimo la Parte Due con i primi 5 album. Volevo metterli tutti insieme, ma se siete già arrivati fin qua senza mandarmi a cagare siete degli eroi.

Firenze, 23/11/15, Piano Solo

Non ti capita tutti i giorni di fare 300 km per un concerto. 300 km peraltro attraversando una catena montuosa con autostrade notoriamente insidiose, quindi niente macchina. D’accordo, anni fa sono andato in Belgio ad un festival, il Werchter, nel quale c’era un solo gruppo che mi interessava. Ma i festival non contano, si va anche per l’esperienza, per la gente che incontri, per la gente con cui vai.

Stavolta no, ero pure da solo, da solo ad un concerto, che anni fa non l’avrei mai fatto, ma da un po’ sembra essere diventata una esigenza per certi tipi di artisti. E poi 100 euro di concerto effettivamente non li pretendi da nessuno. La cosa diventa davvero una ragione personale, una questione privata.

Ma quando avevo visto che Keith Jarrett sarebbe stato in Italia in una delle sue 4 (QUATTRO) date Europee non c’era per me molto altro da dire. Ha gli anni che ha (70), potrebbe ritirarsi dalle scene presto e non avrei voluto aggiungere il suo nome alla lista di artisti che per tempo o età non sono riuscito a vedere dal vivo. In più non era in Trio, ritirato dalle scene alla fine dell’anno scorso. Era un concerto di Piano Solo. Piano Solo, quello dei concerti di Colonia, Vienna, Rio. Il Piano solo contenuto nei gospel di Bregrenz, nei movimenti oscuri dei suoi concerti Giapponesi. Il Keith Jarrett che insomma, ascolto ininterrottamente da dieci anni. Il suo Trio è sempre stato meno importante per me. Forse per una falsa pretesa di parità dei membri, quando è evidente che Jack DeJohnnette si deve limitare per non sovrastare Keith. Forse per una antipatia personale verso lo stile di Gary Peacock. Forse per l’alone di polvere che percepisco negli standard da loro suonati, che non riescono a rendere in maniera contemporanea perchè non vogliono, scelta precisa e oculata.

Così, biglietto, Frecciarossa, Megabus di rientro notturno, via alla volta dell’Opera di Firenze, armato solo di qualche libro per ammazzare il tempo, che tanto poi pure in treno non si studia perchè qualcuno o qualcosa ti strappa di mano la serenità mentale che cercavi gelosamente di custodire per l’evento. Perchè sì, un po’ inquieto lo sei. Non per i fatti recentemente accaduti in realtà. L’inquietudine, compagna di viaggio ormai perenne, è per il rischio che tutto finisca, che la volubilità e il temperamento di Jarrett prendano il sopravvento e tutto si riduca ad un nulla di fatto. E poi, che succede se non è in serata? Come musica proprio, come pezzi, come note. Avevo letto più volte di pezzi interrotti a metà, di lui che fissa il pianoforte alla ricerca di una nuova ispirazione, di un nuovo ritmo o melodia trovato solo dopo lunghe attese con risultati deludenti. D’altronde, il Jarrett che conosco è una accurata selezione, edit su edit di pezzi dei suoi concerti, o dei suoi concerti migliori, scartando quelli non destinati alla pubblicazione. Specialmente da quando ha cominciato a fare concerti di pezzi brevi e non più le grandi cavalcate, i grandi archi narrativi dei suoi concerti fino agli anni 90, è sempre più facile incontrare pezzi senza direzione, come nel Carneige Hall Concert del 2004, un concerto francamente mediocre.

Che succede se il concerto si rivela semplicemente mediocre?

Quindi, mentre attendo che aprano alle 19 le porte del teatro, mentre son già lì da due ore al freddo e si aggiungono ulteriori motivi di irrequietezza a distanza di kilometri, la domanda rimbomba nella mia testa. Anche quando mi siedo e prendo il mio posto nel terzo settore, piuttosto indietro ma con buona visuale, e sento le conversazioni di signore sulla quarantina che professano ignoranza riguardo Jarrett o la sua musica, e già lì che non mi siano volati insulti è da encomio, anche lì insomma, l’ansia rimane.

E Jarrett non appare.

Ritardo di 15 minuti, solite raccomandazioni dal PA System. Non tossite ma soprattutto NIENTE FOTO o registrazioni, che siete pazzi? Lo Steinway a coda rimane lì, sul palco, immobile, ad aspettare.

E poi le luci si spengono, di botto, rimangono solo quelle che illuminano il piano. Da una porticina laterale sulla destra del palco, entra piano piano. Applausi. Ma io noto immediatamente una cosa. Un nano. Keith Jarrett è un nano siderale, non dico Petrucciani però a questo punto ci deve essere una correlazione tra bassa statura e bravura al piano.

Si guarda intorno e comincia a rivolgersi a qualcuno “It’s warmer here”. Si scalda le mani, sembra che abbia problemi di freddo, si alza, si risiede. Pericolo.

E poi attacca.

E io capisco tutto.

Capisco perchè si lamenta della gente che tossisce, dei flash, di qualunque cosa estranea al suo improvvisare al pianoforte.

Il piano non è amplificato.

Non c’è niente nel Public Adress System, è solo il suono naturale dello Steinway. Ci son dei microfoni, che avevo sempre visto nei video dei suoi concerti, ma son lì solo per registrare il concerto. Non amplificano nulla.

Siamo soli, in 1800, nella sala, nel buio. C’è solo lui e il suo piano. Il suo piano e le sue note, che si sentono a fatica. Il pubblico deve, io devo, restare concentrato per non lasciar scappare nulla.

Cosa vuol dire richiedere il silenzio assoluto a 1800 persone? Cosa vuol dire improvvisare due ore di concerto dove qualunque, qualunque cosa può stapparti una concentrazione fragilissima e inquieta? Nella sala senti qualunque cosa, senti la gente respirare, i movimenti involontari sulle poltrone, senti la tua deglutizione e quello sì, si amplifica, rimbomba quasi.

Ora capisco la disciplina che richiede. Il pubblico è parte integrante del processo di improvvisazione, nell’autocontrollo e nel silenzio richiesti. Quella di Jarrett è una lotta a due con il pianoforte, impegnato a strappargli le note giuste e necessarie e ogni singolo rumore può far finire tutto. E mi accorgo di come il mio campo visivo, complice il buio, si sia completamente annullato. Il mondo potrebbe essere tutto una illusione al di fuori di quel fuoco all’interno del mio campo visivo, a colori tra il nero e il mogano, dove una buffa figura grigia si dimena sul lato sinistro.

Il primo pezzo è tortuoso, non insegue una melodia, ne un ritmo. Entrambe le mani non stanno ferme, è come se la mente e le mani di Jarrett fossero scisse, due pianisti al posto di uno, che suonano entrambi parti soliste diverse. Li conosco questi pezzi, li ho incontrati spesso, e non li ascolto con piacere. Si rifà largo la possibilità che il concerto sia davvero mediocre.

Ma ho un precedente a mio favore, il concerto di Rio del 2011. Questo cd comincia con una traccia quasi inascoltabile che fa venir voglia di mettere via il cd e rassegnarsi al fatto che i tempi del grande lirismo di Jarrett siano andati via, vuoi per l’età, vuoi per la sindrome da affaticamento cronico che lo portò a cambiare struttura dei suoi concerti. E invece non è così, perchè dalla seconda traccia il cd prende un’anima e un percorso incredibili. Ricordo ancora, nel Gennaio 2012, in sede del Coordinamento a Pavia, mentre studiavo per Bioetica credo, il fermarmi dal fare qualunque cosa e ascoltare il Groove della parte 5 del concerto pensando “questo pezzo è geniale”.

Keith si alza, va a parlare con qualcuno dietro il palco, si riscalda ancora le mani, dice che c’è una corrente d’aria fredda sopra al palco e stanno cercando di farla andare via. Ma il concerto prende il percorso che deve prendere.

Comincia un pezzo lento, oscuro, molto vicino ai concerti giapponesi degli anni 2000, come Radiance, uno dei miei album preferiti. Qua è la melodia che prende la scena, e io mi meraviglio di come ogni attimo, ogni secondo, ogni passaggio, ogni progressione, potrebbe cadere e interrompersi tutto quanto. Mi accorgo della fragilità di quando accade, perchè non è possibile che le linee che sto ascoltando siano improvvisate, linee che il 90% dei musicisti non riuscirebbe a comporre con tutta la calma del mondo.

Si riparte, il terzo pezzo è uno dei suoi pezzi groove, uno stilema che l’ha reso celebre nei suoi concerti solisti, dove la mano sinistra ripete ostinatamente un giro di accordi, anche molto minimale, ma estremamente ritmato, e la mano destra spazia liberamente. La seconda parte del concerto di Colonia è un chiaro esempio. Keith si dimena, si alza dalla panca mentre suona, lotta contro il pianoforte, e soprattutto, grugnisce, come suo solito, la sua voce mentre suona sembra quasi atonale, ma non lo è. Questo suo marchio di fabbrica, che alcuni trovano distraente, è lo strumento di mediazione tra quello che accade sui tasti dl piano e quello che sta andando in scena nella sua testa. Da atonale, il suo grugnito e le sue grida diventano linea di mezzo, nota portante di quegli accordi che sta cercando di portare a realtà.

Finisce il pezzo, si alza, parla di come non gli piacciano le nuove sale da concerto e vorrebbe tornare indietro nel tempo, un tempo dove la gente non si sente obbligata a tirar fuori di continuo il cellulare in questi frangenti. Poi riattacca ancora il medesimo pezzo groove con mio stupore, e lo interrompe dopo nemmeno un minuto.

Dice “scusate, ce l’ho ancora in testa, devo farlo uscire dalla testa”. Chiude il coperchio della tastiera. Lo riapre. “Ecco, ora non c’è più”

La prima parte del concerto continua così, con altri tre pezzi, ancora un pezzo lento, di nuovo un groove e poi un bellissimo 12-bar blues. Prima della pausa di 20 minuti.

Esco, non mi accendo nemmeno una sigaretta, vago per l’entrata dell’Opera di Firenze senza capirci molto di tutto il resto tranne che sì, è in serata. Keith c’è, il primo pezzo era per scaldarsi le mani, il resto è fluito naturalmente come deve fluire.

Il primo pezzo della seconda parte riprende direttamente  le linee glaciali, cristalline di un album come Dark Intervals. Si gioca tutto sulla contrapposizione tra note gravi, ripetute e martellanti della mano sinistra, onde sonore che spaziano il terreno dello spettro sonoro più basso, e le note acute, di ghiaccio, quasi ambientali della mano destra. La tensione è tutta contenuta nei suoi vocalizzi, anche qui quasi onnipresenti. Ma se lo si conosce ormai non disturbano, anzi, non sarebbe lui senza.

Al terzo pezzo della seconda parte inizia un blues classicissimo, pure troppo forse, qualcosa che richiama davvero lo stile Chicago Blues tanto celebre in tutto il mondo. Non serve sempre avanguardia per queste cose. Alla fine lui intravede qualcuno dalle prime file che scatta una foto, e comincia dunque un panegirico al riguardo. Ormai lui ci gioca su queste cose col pubblico e lo sa anche lui.

Chiede che chi ha scattato la foto si alzi e se ne vada, e osserva come, quando il colpevole non si rivela, ci sia sempre questa dicotomia tra coraggio nello scattare una foto mentre lui è sul palco (esperienza da lui chiamata “Death-defying” e la paura che ne consegue. E dice come domani tutti ancora scriveranno “Keith did it again” (nel 2007 si rese protagonista di insulti ripetuti alla città di Perugia per delle foto, l’incidente ebbe una certa risonanza) e come dall’anno prossimo probabilmente smetterà di chiedere al pubblico di non fare foto e permetterà alla gente nel pubblico di strappare con la violenza gli apparecchi dalle mani di chi fotografa.

“What remains with you if you have this photo? Nothing. And this isn’t just about me. What about the next generation of musicians if this is allowed? What happened just here is a reminder of why we need the Blues. Because if you had a need to pull the cellphone out while I was playing the blues, it is clear that you don’t know what that is. Please then, go home and listen to some blues, as I don’t have any more left”

E infatti il resto del  concerto si divide tra un pezzo groove, lottato a metà tra virtuosismo e ricerca della melodia, dove momenti delle due anime del pezzo si alternano di continuo e due meravigliosi pezzi Gospel. Forse questi sono l’apice del concerto. Cos’è un pezzo Gospel suonato da Keith Jarrett? Sono quei pezzi che parlano del midwest americano, delle great plains, che attingono dal repertorio del genere Americana, non a caso nome di una sua improvvisazione contenuta su Dark Intervals che ne è paradgima di questo stile, ovvero le melodie del blues e del foxtrot della prima metà del ventesimo secolo. Sono quei pezzi che devi cominciare a cantare non perchè orecchiabili o melodici, bensì perchè eminentemente solenni, brani che vorresti cantare a braccia aperte, in slancio di trascendenza verso il qui e l’ora. Gospel appunto.

Keith fa un po’ di avanti e indietro negli ultimi pezzi tra il piano e le quinte. Non c’è un vero encore. L’ultimo pezzo è, in stile, una replica del primo. Due pianisti, due anime, che suonano per conto loro. Dura però pochissimo, nemmeno due minuti. Keith si alza, applausi di rito, fa per applaudire al pianoforte, come a riconoscere la lotta a due con lo strumento con il quale si è impegnato per due ore, e poi se ne va.

E io spero sia una finta, che ci sia ancora un vero Encore, perchè non è la conclusione che volevo. Troppo breve, troppo senza direzione, troppo esercizio di stile.

Ma soprattutto perchè volevo che come Encore ufficiale, mettesse via la creazione del concerto e, come fa di solito, ci regalasse una interpretazione di uno dei pezzi con i quali di solito finisce i concerti. Forse Somewhere Over the Rainbow. Forse My Song. Forse Heartland.

Perchè ecco, se avesse fatto uno di questi pezzi, io avrei pianto. E forse è l’unica cosa che mi è mancata di questo concerto. Non ho pianto. E avrei voluto tanto farlo, che è troppo che ho disimparato.

Ma questo non è per forza un male. Ero arrivato a Firenze con la sensazione che sarebbe stato l’unico concerto, una sorta di tributo, di cosa dovuta, per onorare la sua musica che mi accompagna da troppo tempo.

Ho la sensazione che, se ne avrò possibilità, non sarà l’unico. Proprio no.

Maria, The Poet (1913)

Iconografia ferroviaria, poche cose sono così grigie e autunnali

Iconografia ferroviaria, poche cose sono così grigie e autunnali

Se qualcuno di voi ha mai avuto il piacere o il dispiacere di passare una serata in mia compagnia, dopo alcune bottiglie di vino e facezie varie pronte a nascondere i gravi problemi di socializzazione che periodicamente mi colpiscono, forse sarete al corrente di una mia passione. Ne sarete al corrente soprattutto se abbiamo qualcosa di più in comune che semplici amicizie passeggere, ovvero se abbiamo condiviso una qualche parentesi di lotta, di impegno politico. Probabilmente, se rientrate in queste categorie, prima o poi vi sarete sorbiti un mio pippone su qualche tema della storia contemporanea, in particolar modo europea, che si parli della seconda guerra mondiale, della guerra fredda o della società a cavallo degli anni 30, vi sarà capitato di assistere alla triste scena di un me che snocciola riferimenti a fatti storici oscuri ai più. Probabilmente sarà pure apparso come un tentativo di vanto (ma de che?) o altre cose che in realtà non mi appartengono. Il problema è che la storia del ventesimo secolo è un mio campo di elezione, quella tipica passione che non vuoi far diventare il tuo lavoro o impegno quotidiano, perchè è troppo bella per venire rovinata da tecnicalità, da piccole routine, da opinioni impopolari, tutte cose successe, ahimè, ad un’altra passione che quella sì, ho tentato di far diventare professione, fallendo miseramente. Una passione che seguo attraverso i libri, articoli, cinematografia, scorci di cultura popolare e un sacco di nostalgia per un’epoca che io ho visto al suo tramonto, in quel secolo breve che un Marxista quale Hobswbawm ha prontamente battezzato tale. Inutile dirlo, questo terreno segue anche la musica.

Nei miei viaggi musicali ho dunque sempre teso un orecchio a quei pezzi che mi potessero dare una raffigurazione diretta, inequivocabile, esplicita di un pezzo d’europa del novecento, di un suo qualche momento, epoca, conflitto, instabilità, sogno, orrore o speranza. Credo che questo tratto si fosse già visto in questo blog, precisamente in Ventrale, ma se lì era il testo a dare indicazione precisa di cosa come e perchè si stesse parlando, stavolta il terreno è (quasi) esclusivamente musicale. Sono le note, la struttura, i cluster di accordi a parlare di un’epoca. Vero, come vedremo c’è anche una voce, ma non ne parlo la lingua, e incespico a leggerne persino l’alfabeto, nonostante sia quello di altre affinità elettive.

Ok, lo ammetto, c’è anche qualcos’altro in mezzo; un luogo, o più verosimilmente, una città, dove questo ascolto ha avuto luogo, e ne ha legato indissolubilmente determinati periodi storici.

Il brano però, è fuori dal secolo breve, è piuttosto recente, del 2002 appena. Un pezzo di musica contemporanea, che alcuni chiamano avantgarde (anche se di avantgarde vero non ha nulla) o altri musica classica contemporanea. Una musica piuttosto minimale, con poche note, ben scelte, una classica che deve molto ad esperienze diverse, elettroniche, ambient.

Questo pezzo si chiama Maria, The Poet (1913), ed è di Max Richter. Max Richter, compositore tedesco naturalizzato britannico è piuttosto conosciuto per aver prestato le proprie composizioni a innumerevoli colonne sonore, tra cui quella ad un film molto in voga tra i gggiovani alternativi cioè Waltz avec Bashir. Il suo brano più caratteristico è di sicuro On The Nature of Daylight che forse qualcuno di voi avrà sentito in una delle scene più evocative del film Shutter Island di Martin Scorsese (La scena della scala a chiocciola nel faro).

Una faccia più da "compositore di musica classica contemporanea nordeuropeo" vi sfido a trovarla. O da barbone sulla metro.

Una faccia più da “compositore di musica classica contemporanea nordeuropeo” vi sfido a trovarla. O da barbone sulla metro.

Lo stile di Max Richter è molto evocativo, si basa su un dirompente uso di archi e sezioni orchestrali, dello stile reso noto al grande pubblico principalmente dalle composizioni cinematografiche di Hans Zimmer, unite sapientemente all’elettronica, con un apporto strutturale e compositivo preso in prestito da diversi filoni della musica leggera. Soprattutto nelle colonne sonore, non si fa certo problemi ad inserire momenti esplosivi, rumoristici, molto distanti da altre sue composizioni che potrebbero assomigliare a musica da camera moderna.

La parola che ho usato per definire il suo stile, evocativo, è la chiave di questo brano, ed è soprattutto la chiave del suo essere, a mio immodesto parere, una rappresentazione, un dipinto dell’europa dilaniata del novecento. Già dal titolo, con l’anno tra parentesi è un preludio. Maria, The Poet è il secondo pezzo del suo primo album solista, Memoryhouse, che è disseminato di riferimenti obliqui all’europa e al novecento, soprattutto nei titoli (Europe after the Rain, Sarajevo, Laika’s Journey). C’è però qualcos’altro in questo brano, prima della musica.

Infatti, il primo elemento non è la musica: leggermente spostato nel mix, nel canale sinistro, comincia a levarsi una voce, una voce femminile, di mezz’età. Recita, attraverso parole di una lingua slava, quello che sembra uno sproloquio. Nel mix destro iniziano a farsi sentire gli archi, che instaurano degli intervalli di quarta e di terza maggiore sulla tonica del brano, Sì bemolle. La voce della donna si fa più dura, le parole slave, spigolose al nostro orecchio, oscillano tra un sermone e la necessità di una imprecazione. Ogni allitterazione rimarca, sempre più a fondo, parole che forniscono un sentore amaro. Le parole crescono in intensità, in parallelo con le note degli archi, con i loro cluster di accordi, che forniscono al pezzo una spazialità entro cui crescere, alle parole l’orizzonte entro cui diventare da semplici parole parte integrante del brano.

Forse il titolo è davvero troppo rivelatore: il testo è di una poetessa Russa, Marina Tsvetaeva (o, nella traduzione italiana Einaudi, Cvetaeva), considerata da molti critici la più importante poetessa Russa del ventesimo secolo. La poesia, ovviamente in russo, è senza nome, e non vi è una traduzione in italiano a quanto pare. Alcune versioni ne danno il titolo della prima linea del poema: “И будет жизнь с ее насущным хлебом/Così tante persone sono cadute in questo abisso”. Qui una traduzione in inglese, sulla cui affidabilità non mi posso esprimere, d’altronde la mia conoscenza della lingua russa è inesistente se non per “Tovarish!”, ma che ci permette di dare un senso a quei suoni così spigolosi e angolari.

La sensazione che questo tipo di foto si portano dietro è quella di una testimonianza che nel corso della storia difficilmente si potrà ripetere

La sensazione che questo tipo di foto si portano dietro è quella di una testimonianza che nel corso della storia difficilmente si potrà ripetere

Max Richter le dà il nome di”Maria”, il nome della madre di Marina, che avrebbe voluto per la figlia una strada diversa da quella della poesia, la strada del pianoforte che invece RIchter ha intrapreso. L’anno però è quello giusto, 1913. L’anno prima dell’inizio della prima guerra mondiale, l’anno prima dell’inizio del Secolo breve, l’anno dove, vicino Leipzig, le potenze europee innalzavano il Volksschlachtdenkmal, il monumento alla battaglia dei popoli, combattuta contro Napoleone, in speranza di una pacificazione che non sarebbe mai arrivata.

Chi è però Marina Tsvetaeva? Nata a Mosca nel 1892, la sua condizione sociale era piuttosto elevata nella Russia Zarista, Padre professore, Madre pianista. Studi a Losanna, un sacco di lingue nella testa, scelse la letteratura di contro alla madre, studiando infine alla Sorbona di Parigi. Non certo una rappresentante delle masse contadine che fecero entrare l’Impero Russo nella grande guerra con in grembo la Rivoluzione d’ottobre, come scrisse Roy Medvedev. Difatti Marina Tsvetaeva fu dalla parte sbagliata della storia. Durante la Rivoluzione Bolscevica e la seguente guerra civile supportò le armate bianche, gli Zaristi. Parte Sbagliata, perchè solo uomini di profonda disonestà o di profondo egoismo possono pensare che la Russia Zarista fosse migliore dell’Unione Sovietica.

D’altronde, non c’era da aspettarsi molto altro; l’agiato sociale che simpatizza con le masse è una fantasia per tempi di relativa calma, che non ci si può permettere negli eventi storici. Dallo scoppio della Rivoluzione però, la vita di Marina Tsvetaeva intraprese una parabola tragica, forse molto più in linea con quella dei suoi coevi poeti novecenteschi, tale da metterla in linea, per temi, sensibilità e parole, con i grandi predecessori della sua stessa madrepatria, lasciando da parte poeti Sovietici di altro stampo e tempra come Majakowski. Figlia morta in un orfanotrofio statale durante la carestia del 1920 di Mosca, in esilio nel 1922 attraverso Berlino, Praga e Parigi, il marito che negli anni 30 iniziò la sua collaborazione con l’NKVD, preludio di un ritorno in Unione Sovietica nel 1939. Dopodichè, marito giustiziato (non erano esattamente anni tranquilli) e Marina Tsvetaeva suicida nel 1941 dopo l’evacuazione dell’intellighenzia sovietica a seguito dell’invasione Nazista.

Il testo è scritto prima di tutto questo, ma lo stile è già presente, già palpabile; il tema è l’abisso, e la vita che continua attraverso esso, attraverso il mutamento e il cambiamento della storia, abissale anch’essa, nella sua finitezza, caducità, nella completa spoliazione del controllo degli eventi, della storia. Tutto continuerà/Sotto cieli spiegati/Come se non fossi mai stata.

Il tema del perdono e del pentimento, per ciò che non si sarà, per ciò che non si potrà essere, nel nostro sparire dall’esteriorità brulla e aspra della terra. Monito di quello che verrà, monito di tutto quello che si aprirà, ancora come abisso, nella storia d’Europa, e quindi del mondo, a partire dall’anno 1914.

Nel brano, la voce, che alcuni dicono essere della Tsvetaeva stessa, ma mi sembra una cosa improbabile, svanisce dopo circa 100 secondi, lasciando il resto dello spazio agli archi che descrivono degli spazi amplissimi; le note che compongono i due cluster principali di terza e quarta, sono suonate estremamente lente, a voler imitare i cosiddetti drones, le note tenute per minuti dagli strumenti ad archi. La linea solista che si leva verso il secondo minuto, presumibilmente suonata da una viola, compie una sorta di fuga lentissima attraverso la scala di Si bemolle, per poi cambiare seguendo gli accordi degli archi di sottofondo, che variano la tonalità in minore, passando dunque in Do diesis maggiore, creando l’effetto del modo Ionico, quello della scala minore naturale. Il passaggio è estremamente interessante, poichè accresce la sensazione di catastrofe incombente che si respira in tutto il brano. La prima metà, fino a questo cambio di modo, è infatti una rappresentazione tesa, nervosa, incombente ma che non si è ancora scatenata. Nuvole che si accalcano all’orizzonte, grigio che avvolge i monti della Slesia, le lande pianeggianti da Varsavia alla Bassa Sassonia, quei territori dove le più grandi carneficine della storia europea sono avvenute. Il cambio di tonalità è il tutto che precipita, l’abisso che si apre, la perdita completa di senso che colpisce un’intera civiltà.

Forse qualcuno si ricorda che effetto ebbe tutto questo sulla cultura europea; il mito del progresso, il positivismo europeo del diciannovesimo secolo, forgiato nella seconda rivoluzione industriale e nello stato di diritto Prussiano vennero irrimediabilmente annichiliti dalla prima guerra mondiale; tutto questo aveva solo portato a milioni di morti, alla prima vera guerra totale, ai vermi delle trincee, ai gas e ai campi minati. La cultura europea ne sarebbe uscita terribilmente mutilata, e se ne vedono le tracce nelle poesie della Tsvetaeva, e, tra gli altri, di Ungaretti, di Eliot in The Wasteland, nel rifiuto di qualunque idea costruttiva di arte nel Dadaismo di Tszara, nel Tramonto dell’Occidente di Spengler, vero viatico verso il mistico e l’escatologia nordica, vista come unica salvezza contro la follia a cui il mito del progresso e dell’Europa nata appena cent’anni prima avevano spinto. Sappiamo bene a cosa avrebbe portato tutto ciò.

Il brano di Richter è un breve racconto di questi presagi, di questa perdita di senso e direzione, dello smarrimento europeo che mise in moto i grandiosi e insanguinati processi che avrebbero dettato il ritmo del ventesimo secolo, in tutte le sue sfaccettature. La parte finale del brano si adagia, nel modo Ionico, su triadi minori, in particolare su quella di Sol, che chiude anche il brano; la sensazione evocata sembra quella di una pace instabile, un immenso volo su una terra solcata dalle bombe e dalle trincee una volta che è tutto concluso, quasi a voler dare un presagio di tutto quello che ancora sarà da venire su questa terra.

Credo che a questo punto sia già abbastanza chiaro perchè questo sia un brano che mi è piuttosto caro, specialmente nella sua dimensione storica, nella sua teatralità e solennità minimale, che con poche note riesce ad edificare una intera immagine di quel secolo combattuto ad ogni singolo colpo di mortaio, ad ogni singolo genocidio o sterminio, ad ogni singola ferita che neanche i decenni, come stiamo vedendo in questi giorni, riescono pienamente a saldare.

C’è però, infine, un ultimo personale motivo, legato alla mia storia personale.

Ho iniziato ad ascoltare Memoryhouse nella metà di Aprile 2013; conoscevo già bene Max Richter, avendo ascoltato a fondo il suo secondo lavoro The Blue Notebooks qualche mese prima. Memoryhouse però mi accompagnò nel mio arrivo a Berlino, in cui mi trasferii per circa due anni esattamente alla fine di Marzo 2013. E ricordo la prima volta che ascoltai Maria, The Poet. Cuffie nelle orecchie, camminavo nervosamente nella hall della Freie Universität di Berlino, confuso e spaesato, tra un soffitto troppo basso e una moquette blue intenso su cui mi affrettavo nel disperato tentativo di incontrare qualche faccia conosciuta o amica (ci sarebbero voluti mesi per quello però). Con questo album, questa musica, mi ricordai d’un tratto del perchè avessi scelto questa città enorme, sterminata, che mi schiacciava e confondeva.

Per la sua Storia
Per ciò che vi era passato nel novecento, nel suo essere teatro di guerre e rivoluzioni, di divisioni e svolte epocali, nel suo essere rasa al suolo e ricostruita completamente, portando sempre dentro di sè le ferite della devastazione, le cicatrici della modernità occidentale, le ingenuità marxiste, per citare qualcuno più bravo di me a raccontare queste cose. Mi ricordai del perchè ero lì dove ero, e di cosa cercavo, del perchè avevo voluto quel posto nel mondo dove mi trovavo, ancora non sapevo per quanto.

E mi ricordo che, quasi un anno fa, Agosto 2014, finita la tesi magistrale che mi aveva tenuto schiavo come una spada di Damocle, cominciai ad andare in giro per le sue strade con il solo tentativo di vedere i suoi mutamenti, la sua storia, i suoi abissi, con Max Richter nelle orecchie, e questo brano in particolare. Ricordo come andavo in giro per la West-Ost S-Bahn, la sopraelevata che collega orizzontalmente l’est e l’ovest della città, con questa musica nell’Ipod, un libro di Marguerite Duras in mano, e l’occhio attento a notare e immaginare ne era di questa città nel novecento, prima della guerra, durante, dopo, nella sua distruzione e ricostruzione, vero testamento della storia depositata in queste note, e nelle parole che le accompagnano.

Ricordo infine, come fosse la fine di Agosto, uno degli ultimi giorni lì prima di tornare in Italia per laurearmi (E prima di ritornare a Berlino ancora per qualche mese, ma questa è un’altra, recente, storia), e fossi in un grande parco con amici, per un Barbecue. Il parco è particolare, e se siete venuti in visita a Berlino probabilmente ve l’ho fatto vedere; è il Tempelhofer Feld, l’ex aeroporto di Berlino Ovest, riconvertito a parco comunale qualche anno fa.

Tempelhofer Feld, Agosto 2014

Tempelhofer Feld, Agosto 2014

Vedete, il Tempelhofer Feld fu l’aeroporto civile di Berlino fino agli anni 70, costruito nel 1927, e ristrutturato dai Nazisti, i cui stilemi nella costruzione dell’edificio principale sono ancora ben presenti. Era di qui che passò il ponte areo di Berlino del 1948, il Luftbrücke tra la Repubblica Federale Tedesca e le enclavi occidentali, nella prima vera, grande crisi della Guerra Fredda. Essendo un ex-aeroporto, non vi sono quasi alberi, solo una lunghissima distesa di piste, stradine aeroportuali e di prato in mezzo, su una superficie più grande del Central Park di New York. Non è possibile non perdersi in questa immensità silente, enormità testimoniante di ciò che è passato per Berlino, della sua storia, delle sue ferite, di ciò che la rende la città che è.

Il parco è oggi utilizzato come uno dei ritrovi prediletti per dei barbecue o delle serate tra amici durante la bella stagione, per concerti, eventi, quant’altro. Ma essendo così grande, e non essendoci nulla a bloccare la vista, si è costantemente un po’ schiacciati da questa distesa enorme; le torri di controllo, i radar, i vecchi hangar son sempre troppo in là nella distanza per essere raggiunti. Si è circondati da cose, ma non le si potrà mai raggiungere, come la storia di Berlino, ovunque nella città, ma mai presente in un singolo oggetto o posto.
E mi ricordo di come, quella sera di Agosto, rimasi lì dopo che i miei amici andarono via, e con in spalla la mia sacca di Mauerpark e questo brano nelle orecchie, attraversai tutto il parco, mentre il sole tramontava, nel’erba altissima, incerta, insidiosa, mentre cercavo di cogliere, riuscendoci credo, tutto ciò che vi era passato attraverso prima di me.

Se ho parlato di volo in riferimento a questo brano, è perchè gli archi lo descrivono, un volo attraverso le rovine della città, sorvolando la sua storia, tra le poche cose che gli sono sopravvissute e con tutto ciò che è arrivato dopo, immaginandomi un atterraggio finale, tra le piste di Tempelhof ormai in disuso.

Un filosofo a me piuttosto caro ha parlato di come non esista un linguaggio privato, qualcosa di intrinsecamente incomunicabile; dobbiamo tutti far riferimento ai linguaggi, ai segni, simboli e sensazioni che condividiamo. Spero dunque di avervi comunicato un po’ di quello che sentivo, mentre di notte ascoltavo questo brano, perso nel buio di Tempelhof, non sapendo se ci sarei mai tornato.